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La Moda Ergonomica: i Bandage Dress di Hervé Léger

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Quando si parla di vestito da sera in stile bandage, si fa riferimento senza ombra di dubbio al famoso marchio francese Hervé Léger, nato in Europa nel 1985 e adottato poi dal colosso del design statunitense BCBGMaxAzriaGroup.
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Il primo esordio degli abiti bandage, in italiano detti anche vestiti benda, risale alla Collezione Max Azria del 2007.

Questi abiti ergonomici si caratterizzano proprio per il fatto di avvolgere la silhouette femminile come un guanto, tramite le fasce elastiche(o bende) che si prestano alle più svariate interpretazioni e alle fantasiose combinazioni modellistiche.

Realizzate con una tecnologia speciale che permette di trasformare materiali come seta, rayon, nylon e spandex, lucidi e stretch, in fasce elasticizzate, queste strisce si avviluppano addosso al corpo proprio come le bende di una mummia, per fortuna! con un intento diverso.
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L’obiettivo di tanta impeccabile moda ergonomica è quello di esaltare e valorizzare la figura della donna nella sua sensualità e dinamicità. Anche se la parola bandage potrebbe dar adito a varie interpretazioni, in questo caso non si parla di costrizione e immobilismo, bensì di rendere ancora più plastiche le curve del corpo femminile, vivo e vitale e non imbalsamato come quello di una mummia.

Le peculiarità di elasticità e cedevolezza di questi elementi, fanno sì che essi si prestino ai diversi movimenti, fungendo non solo da modellante, ma creando al tempo stesso una sorta di comfort anatomico.

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Nel 2008 ci fu la vera consacrazione di questo stile unico ed allora inimitabile, ideato da Max Azria per l’omonima linea e per la linea Hervé Léger by Max Azria .

In seno alla kermesse delle sfilate del New York Fashion Week, questi stra-ordinari modelli provocarono grande ammirazione ed attenzione da parte dei media e del pubblico stesso.

Il gradimento generale culminò nel conseguimento di un premio di Excellence Award presso i Dallas Fashion Awards.Immagine 17

Una volta stabilitosi questo stile dalla tecnologia unica e inconfondibile, i designers di Max Azria hanno dovuto sostenere negli anni il non facile compito di far sì che l’idea si evolvesse ulteriormente, dovendo anche differenziarsi e poter far fronte alla marea di contraffazioni prodotte di conseguenza. Non a caso oggi i capi originali sono tracciabili con codici di garanzia.

E’ noto come i capi del marchio Max Azria siano state adottate da sempre dalle star, starlette e dalle donne più belle e/o esigenti del jet-set, come Victoria Beckham, Paris Hilton e tantissime altre.

Vediamo di seguito la bellissima e ammaliante Taylor Swift, giunta nel 2013 agli MTV Award in Hervé Léger, nello splendido abito lungo da sera.

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Le ultime collezioni sono attualmente distribuite in tutto il mondo, da Oriente a Occidente.

I capi di queste linee si differenziano per essere sempre all’insegna del perfezionamento, dell’innovazione e mostrano la grande maestria e inventiva nei dettagli, nei modelli, pur costituendo una serie ben identificabile e soprattutto si differenziano per la ricerca tecnologica tessile e manifatturiera, non di facile realizzazione.

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Bellissimi gli abitini ergonomici decorati con intrecci ad Oc, linee e cut-out, ricami e inserti in pizzo, sinuose e raffinate le linee.

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L’ultimo defilè ha visto come protagoniste superbe e sofisticatissime mise da giorno, arricchite dai capi in pelle tagliata a laser e da lavorazioni innovative come gli inserti di pizzo stretch velatissimo.

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Dopo il successo dei precedenti abiti sequined, tutti sfavillanti e luccicanti, altrettanto successo hanno ottenuto i più recenti vestiti da sera lunghi.

Vediamo di seguito alcune immagini esplicative della campagna pubblicitaria. Assolutamente perfetti e realizzati nel giusto peso, con le loro decorazioni e addirittura con pseudo-drappeggi, sicuramente non di facile progettazione e realizzazione, questi abiti si sviluppano molto bene anche in lunghezza, pur essendo realizzati con le tipiche stringhe sostenute e strutturate.

Immagine 34 Immagine 33 La gamma di original bandage dress Hervé Léger, acquistabile anche online sul sito istituzionale, comprende non solo tubini aderenti, ma anche vestiti a Linea A, abiti con frange, vestiti da cocktail, vestiti midi, abiti a gabbia, vestiti da sera lunghi, abiti stampati e coloratissimi, tailleur, gonne e top, giacche, underwear e bikini.

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Cruelty Free Fashion: la Moda da “sostenere” e “promuovere”

C’era una volta il consumatore disinformato e totalmente inconsapevole o noncurante di ciò che esso poteva supportare con le sue scelte d’acquisto. Sua madre andava in giro con la pelliccia di visone dagli anni ’60, soprattutto nelle occasioni speciali, come la Messa del Santo Natale, mentre sua sorella aveva acquistato il parka, molto trendy e all’ultima moda, senza vagamente immaginare che quel bel profilo di pelo svolazzante del suo cappuccio, tutto puci puci coccoloso, fosse lo stesso strappato a vivo dal manto di un povero cagnolino. Quadrupede spellato vivo prima e gettato, in piena fase di dissanguamento, tra latrati e tragedia, come rifiuto ancora in grado di “ansimare”, sulla montagna di altri innumerevoli cagnolini.

Cagnolini ex frou frou e coccolosi come lui, destinati alla produzione di un dettaglio fashion per cappucci di parka e quant’altro.

L’orrore e l’incubo permeavano con un’ energia fatta di morte, sangue e violenza crudele, capi di abbigliamento distribuiti in grandi numeri a livello globale, in tutto il mondo “sviluppato”. Sempre che l’aggettivo “sviluppato” abbia potuto perdere nel frattempo il suo significato intrinseco.

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Gruppi di animalisti, di ecologisti, di naturalisti, di attivisti, decisero di urlare la loro disapprovazione, di esternare la loro volontà di non aderire ad un uso consumistico, screanzato e crudele di pseudo-risorse viventi che non sembravano riscuotere alcun rispetto, nè pietà, di fronte agli interessi e ai profitti di colossi produttivi.

Da decenni e decenni, si appostavano davanti ai grandi magazzini con stand di fortuna a raccogliere firme, a sensibilizzare, a predicare. Si appostavano sotto il balcone di casa sua con il megafono, organizzavano cortei per le strade. Apparivano in seno ad eventi a favore di uno sviluppo sostenibile, promotori di una nuova consapevolezza universale, che fosse amica del pianeta e delle creature che insieme a noi convivono. Eppure i riscontri erano quelli di chi passa da scocciatore, polemico e fissato.

Essi, come tanti di noi, continuavano a non cogliere pienamente il significato di tante manifestazioni di sdegno davanti allo sfruttamento crudele a scopi di lucro di altri esseri viventi.

Nascevano intanto linee di abbigliamento earth-friendly e cruelty free. Le indossavano solo gli “alternativi”, o perlomeno così venivano etichettati. Quelli fissati con cose “che non ci riguardano”, quelli che “! allora se ti mangi una bistecca non l’hai mica uccisa tu la mucca, ormai…”, quelli che “non si sono accorti che sin dai tempi antichi gli uomini si vestono con pelli di animali morti”…

Quelli che “Si preoccupino degli umani prima che delle bestie!”… beh, una cosa non ne esclude necessariamente un’altra!
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Un giorno, il consumatore disinformato e totalmente inconsapevole della crudeltà e dei danni che esso si apprestava a supportare, perpetuando le sue scelte inconsapevoli d’acquisto, si svegliò e fece fare la passeggiata al suo cagnolino. Sua sorella gli corse incontro col fiato in gola al parco, prima di recarsi al lavoro. Era allarmata! Aveva visto un video virale sulle crudeltà praticate ai cagnolini spellati vivi e gettati sanguinanti nel mucchio di latrati.. Aveva bruciato subito il suo parka blasfemo e crudele. Voleva sensibilizzare tutti gli amici, i conoscenti e i parenti. Non sarebbe mai stato troppo tardi per iniziare a combattere questo scempio. Urgente!
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Decisero allora che il lusso equal pelliccie di volpe, visone ed ermellini, pelle di serpente, di vitello, di coniglio, di mucca, di coccodrillo, di cane!, doveva diventare preistoria trash.

Fu così che si appostarono in galleria, in pieno centro a Milano. Chiamarono il fidanzato della sorella, personaggio tecnico e smanettone, e installarono un impianto video molto piccolo, visibile all’interno di una cabina oscura chiamata Yabaa Dabaa Doo.

Solo i consumatori inconsapevoli, sprovveduti, disinformati e noncuranti potevano accedere con un pass VIP in cabina Yabaa Dabaa Doo.

Ci si poteva accedere solo uno per volta per visionare qualcosa di simpatico che avrebbe cambiato per sempre il corso della propria vita da consumatore, stimolando una nuova consapevolezza.

Ecco cosa si vedeva nella cabina:

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Il congedo consisteva in un rito iniziaticodedicato a tutti coloro che indossassero abiti e accessori cruelty. Consisteva nello spogliarsi del capo cruelty in questione per abbandonarlo poi con un gesto irriverente di lancio nel grande contenitore delle nefandezze. Tutto per ricevere poi in regalo, in segno d’indulgenza, una mazza di legno da uomo delle caverne, firmata Flinstones.

Fu un grande successo!

 

 

 

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Catalytic Clothing. Gli abiti che purificano l’aria.

Da qualche parte  …. Adesso

Un’artista e uno scienziato…. hanno scoperto una nuova strada…

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Questi interessanti personaggi sono rispettivamente Helen Storey, una Fashion Designer … e non solo! con la voglia di migliorare il mondo ed Anthony Ryan uno scienziato chimico … e non solo! Persone che vengono da due mondi differenti e che hanno unito le proprie forze e le loro menti illuminate per realizzare una collaborazione volta a sviluppare, conseguire, negli anni, un progetto ambizioso e di successo. Un progetto che accomuna arte e scienza.

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Essi hanno dato vita ad un esperimento pubblico, anzi! a piú di un esperimento.

Siamo tra la Moda e la Scienza: L’abbigliamento Catalitico.

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Gli abiti in grado di purificare l’aria, di portare avanti una guerra pacifica per fronteggiare lo smog urbano, catturano e trasformano gli agenti tossici in un qualcosa di degradabile, contribuendo in maniera effettiva a rendere l’aria piú respirabile.

Gli abiti catalitici sono oggi una realtà.

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La ricerca sull’abbigliamento catalitico mette a punto modi e strumenti, le diverse opportunità, al fine di sviluppare quelle tecnologie tessili in grado di sfruttare, a scopo ambientale, le cosiddette proprietà catalitiche sulla superficie e texture degli abiti. Queste proprietá hanno lo scopo di innescare vere e proprie reazioni chimiche in grado di trasformare e purificare l’aria inquinata.

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Ma come funziona questo processo di purificazione?!

Le superfici dei comuni tessili per uso abbigliativo una volta ricoperte di nanoparticelle di biossido di titanio diventano foto-catalizzatori della luce e dell’ossigeno. In quanto catalizzatori accelerano la disgregazione degli agenti che inquinano l’aria che respiriamo e che sono purtroppo presenti nella nostra atmosfera, innescando delle reazioni chimiche di scomposizione.

Una volta scomposti, questi agenti nocivi e tossici si trasformano in sottoprodotti lavabili anche con la pioggia e innocui.

In base ai dati dei creatori di Moda Catalica la superficie di 1 mq di stoffa così trattata sarebbe in grado di scindere ed eliminare 0,5 gr di ossidi di azoto al giorno, se indossata usualmente.

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I capi antismog sono quindi a tutti gli effetti amici dell’ambiente, sono piccole armi benefiche, la cui diffusione porta con sė una missione per il mondo.

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Tony Ryan, in seno al Congresso sul Catalytic Clothing del 2011, afferma: ” Dalla mia prospettiva di scienziato la Moda mi permette di parlare con la gente … Da una prospettiva Moda ci sono un sacco di cose a cui la scienza può contribuire anche in termini di sostenibilità. Perché l’Industria della Moda ė più che altro un pinnacolo della Società dei Consumi ed ė in tensione con il consumismo…e…noi abbiamo bisogno di ri-apprendere “come” essere consumisti

La scienza ci potrà aiutare in questo.

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il nostro sforzo ė purificare l’aria che respiriamo attraverso gli abiti Unisciti a noi per dare forma al tuo mondo

respira meravigliosamente…

Abiti che portano in se una nuova tecnologia e la condividono con il mondo. Il lancio del progetto é rivolto ad un’audience globale, allo scopo di sensibilizzare, condividere, partecipare ad un’evoluzione. É un progetto che promette di migliorare il mondo, almeno un po’.

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Non solo gli abiti da sera( come quello molto bello che vedete nelle immagini sopra quale testimonial principale dell’esibizione Catalytic Clothing) saranno incaricati di portare avanti questa missione per noi e per il pianeta.

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Helen e Anthony hanno portato avanti con successo anche altri interessanti progetti. Nello specifico, il progetto “Field of Jeans“, é dedicato esclusivamente ai jeans foto-catalizzatori, gli air-cleaning jeans, in grado di svolgere la stessa nobilissima funzione: disgregare, scomporre e smaltire componenti tossici inquinanti.

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Grazie per averci letto. Al prossimo post!

 

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Abiti Vegan la Moda Etica e Sostenibile

Parliamo oggi ancora di progresso, quello piú etico e sostenibile e quello piú rispettoso de i nostri coinquilini planetari: il Vegan Fashion.

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C’è molta differenza tra gli abiti biologici, fatti con i cosiddetti ” materiali e tessuti organici” e gli abiti vegan.

Molti di noi forse non immaginano che il vegano ortodosso non accetterebbe mai di indossare una veste in pura seta, pur essendo un nobilissimo materiale organico. Questo perché per estrarre il filo di seta occorre portare ad ebollizione i bachi, quegli esserini viventi indifesi, racchiusi in un nido. Ė una questione di procedimento, considerato, quindi, non etico e non nobile.

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Un vegan non accetterebbe neppure di indossare un maglione di pura lana vergine, perché la tosatura meccanica delle pecore può essere imprecisa, cruenta e dare loro tanta sofferenza, ferirle!

La scelta vegana non é infatti legata solo ed esclusivamente al consumo alimentare o abbigliativo di prodotti vegetali e mai animali o di derivazione animale, bensì annovera anche un utilizzo e un procedimento di estrapolazione all’origine, consapevole, etico e rigorosamente giusto, delle materie prime, anche organiche, utilizzate per i prodotti certificati vegan.

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Parole d’ordine del Vegan Fashion sono cruelty-free e animal-friendly. É importante che per la fabbricazione o produzione di questi prodotti di consumo, a partire dalla estrazione della materia prima, sia garantito il rispetto totale degli altri esseri viventi, che non sia praticata su di loro alcun tipo di violenza, usurpazione, crudeltà. Giustamente e coerentemente al loro proposito e alla loro scelta di vita, non é mai ammesso alcun tipo di maltrattamento di specie animale a scopi speculativi e commerciali. Non si parla quindi solo di sostenibilità in termini di reciclo, biodegradabilità o semplicemente di utilizzo di prodotti salutari e naturali per il benessere dell’umano.

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L’umano deve astenersi da tutte le pratiche di sfruttamento, coercizione e mancanza di rispetto del naturale ciclo vitale e biologico sia di se stesso e dei propri simili, che di tutti gli altri esseri viventi del pianeta, preservandone le specie e garantendo i diritti e la serena coesistenza della totalità di essi.

Motto della Moda Vegana, intesa come abbigliamento prodotto strettamente nei parametri della filosofia vegana, é “la moda ama gli animali”. Motto che accomuna anche gli animalisti, certo!

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Allora, come si veste un vero vegan? Sempre piū stilisti includono nelle loro Collezioni temi dedicati al Vegan Fashion. Stella McCartney una di questi, ma anche marchi emergenti come Forever 21 e tanti altri tra i piū rinomati.

Oggi non é necessario andare a cercare il negozietto specializzato, magari sconosciuto ai piū per vestire con tale consapevolezza e intento.

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Le vie dello shopping danno ampio margine di scelta per i vegani. Dalla grande distribuzione di H&M, che include sia Abbigliamento Organico che Abbigliamento Vegano nel proprio assortimento, a brand piū tecnici, come Patagonia che imbottisce i giubbotti Parka piū alla moda con materiali brevettati, come il PrimaLoft®, per venire incontro al boicottaggio dell’imbottitura a piuma, causa di sofferenze e maltrattamenti. L’estrazione dei migliori piumaggi, purtroppo si svolge tramite un processo cruento: le piume d’oca vengono drammaticamente strappate a vivo su oche in etá giovanissima, ancora allo stadio pulcino, in nome della qualitå.

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Molte le marche che propongono accessori Vegan, come borse, scarpe e cinture.

La pelle, come ovviamente anche le pellicce di qualsiasi origine animale, dal lapin, ai visoni, ai cani, anche questi ultimi purtroppo spellati vivi, ad esempio, non possono essere assolutamente annoverate tra i materiali utilizzati nella fabbricazione di calzature e neanche la similpelle che ha derivazione animale. Si tratta di pratiche dell’orrore che non si vogliono neppure immaginare.

Le etichette che certificano una scarpa vegan saranno triple nel caso tomaia, rivestimento interno e suola siano prodotti con materiali diversi. Anche una scarpa espadrillas, ottima candidata per le calzature vegan, dovrà avere le diciture che attestino la natura delle materie prime usate, juta, canvas e anche dei trattamenti, come coloranti etc…

Si pensi alle tanto acclamate tinture naturali dei bio. La cocciniglia, tintura naturale di colore rosso carminio, richiede il pestaggio di un numero che comprende tra gli 80.000 e i 100.000 carapaci di insetto, per ottenere 1 kilogrammo di colorante e tale colorante risulta addirittura allergenico per certi soggetti umani.

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Ecco qui una lista dedicata ai nostri lettori vegani più progrediti di Vegan Fashion Brands & Designers. 

Love & Peace by Paola Canti

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Concepts per la Moda Sostenibile: la stampante 3d per abiti

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Come si fa tradizionalmente un abito? Cartamodello, tessuto, forbici, ago e filo, macchina da cucire! Questo é quello che sappiamo che abbiamo sempre saputo sulla produzione di abiti. Si é sempre parlato di sartorie, maglierie, atelier, laboratori etc.

Nell’industria dell’abbigliamento si sono poi delineate le figure tecniche specializzate che fanno parte del processo di produzione: gli stilisti che impersonificano i progettisti della moda insieme ai modellisti, i tecnici che sviluppano il cartamodello. Poi ci sono coloro che tagliano i tessuti, che li cuciono e li assemblano, coloro che li commercializzano e distribuiscono, sino ad arrivare al negozio e al consumatore finale che acquista il capo di suo gradimento o di sua necessità. Tutto normale sin qui.

Certo, non prima di conoscere la futuristica invenzione, ancora purtroppo in fase progettuale, del signor Joshua Harris. Avreste mai potuto immaginare di possedere personalmente un dispositivo elettronico, appeso alla parete domestica, come un comunissimo condizionatore, che vi permetta di realizzare abbigliamento fai-da-te, magliette, abiti, pantaloni e quant’altro, direttamente a casa vostra?! Harris ci ha pensato, insieme a un gruppo di ricercatori in occasione del concorso Elettrolux Lab.

Si tratta del concept per la messa a punto della tecnologia di una stampante per abbigliamento 3D, che promette tali sortilegi, tramite il recupero e il riciclo di abiti da smaltire. Interessante, vero?

Ebbene, scopriamo qualcosa in più sull’argomento. In pratica il dispositivo a parete dovrebbe essere in grado di distruggere la vecchia t-shirt, ad esempio, recuperandone il filato in cotone, dopodiché, file digitali collegati alle aziende produttrici e al nuovo capo d’interesse, dovrebbero fungere da linea guida e processori, per creare un capo nuovo di zecca, nel modello ordinato, direttamente a casa propria, utilizzando il materiale della vecchia maglietta.

Tutto ciò farebbe felici i fashion-addicted e non solo! Anche coloro con profonda coscienza etica, che tengono allo sviluppo sostenibile del sistema produttivo industriale del pianeta, ne sarebbero felici. Si potrebbero risolvere problemi di smaltimento di prodotti non più adottati ricreandoli in una nuova veste senza spreco di materiale, né ulteriori rifiuti.

Il riutilizzo come arma per uno sviluppo equilibrato del sistema globale senza sprechi di risorse rinnovabili.

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Questa invenzione, per ora solo allo stadio progettuale di concept, potrebbe fare ipotizzare scenari nuovi per la moda del futuro.

Se la moda divenisse digitale, al punto di rivedere completamente i suoi processi produttivi, gli stilisti che fine farebbero? Potrebbero vendere e distribuire i loro progetti in formato digitale, tramite un semplice download. I loro seguaci potrebbero autoriprodursi in totale autonomia il capo scelto a casa, pur seguendo il gusto e il fashion twist del loro brand preferito.

Cosa ancora più allettante… i designer potrebbero vivere da nomadi digitali e lavorare da qualsiasi angolo del pianeta, tramite un sistema progettuale completamente digitalizzato. Una bella isoletta tropicale!? La casa in campagna con piscina?! Bello sognare…

Forse chiunque potrà divenire fashion designer di se stesso, con nuove applicazioni dedicate alla realizzazione di progetti fai-da-te passo per passo, dal disegno alla produzione.

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Ecco come potrebbe apparire il nostro nuovo atelier personale nella camera da letto. Chissà come si evolverà il tutto?!

Diamo ampio spazio alla fantasia e all’immaginazione.

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132 5 ISSEY MIYAKE: Abiti Origami Eco-Sostenibili

La Moda si lega sempre di più al concetto di bio-sostenibilità, già da diversi anni e la ricerca nei diversi contesti formali e creativi si fa sempre più raffinata. Concetto che non riguarda solo la bio-degradabilità, il reciclo, ma anche la durata di un capo.

Cambiamo abito ogni mese oramai e questo è assolutamente incociliabile con lo sviluppo sostenibile del pianeta.

In Cina e in Giappone si trovano le radici di antiche arti che sono fonte di grande ispirazione per i progettisti. Se in Cina esiste il cosiddetto Zhe Zhi” 折纸  e in Giappone l’Origami(Ori=piegare Kami= carta), per entrambi s’intende l’arte di  “piegare la carta”. Queste tradizioni hanno origine nei principi shintoisti sul ciclo vitale di vita e morte. Nel momento in cui il supporto cartaceo muore, rinasce in una nuova forma di carta piegata, contribuendo a fare in modo che questo ciclo non finisca mai.

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Il designer giapponese Issey Miyake, ha realizzato una trasposizione dell’arte Origami nella Moda digitale, tenendo a mente gli importanti temi dell’eco-compatibilità e dell’eco-sostenibilità nell’industria all’avanguardia del Techno-Fashion.

Ha collaborato per questo obiettivo con Reality LAb, un consorzio di giovani creativi fondato nel 2007 e Jun Mitani, scienziato informatico, per un progetto di grande portata: 132 5 ISSEY MIYAKE.
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Nasce da 132 5 ISSEY MIYAKE una Collezione poliedrica destinata a durare nel tempo. Una gamma di abbigliamento che si espande da forme geometriche bidimensionali, piegate a origami, in camicie, vestiti, gonne, pantaloni e abiti da cocktail. Sono modificabili in tante forme grazie ad un sistema molto smart di abbottonature nascoste che permettono di assemblare tra loro i diversi moduli, in svariati modi, creando vesti sempre diverse e originali.

Jun ha ideato un software che in base a regole matematiche è in grado di ricostruire tridimensionalmente le forme geometriche, partendo da un semplice supporto tessile.
url-41Il nome 132 5 nasce dal processo di permutazione e ciascuno dei numeri ha uno speciale significato.

Il numero 1 si riferisce al pezzo di stoffa singolo, 3 si riferisce alla sua forma tridimensionale, 2 è il risultato di un materiale 3D, come appunto il tessuto, che ritorna in 2D essendo ripiegato in una forma bidimensionale. 5 è il numero che rimane separato di uno spazio dagli altri a significare il tempo che trascorre dalla creazione di queste forme a quello durante il quale le persone le indosseranno, dando vita ai vestiti.

Il numero 5 sta anche a significare una speranza che l’idea possa essere oggetto di diverse permutazioni.

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Il supporto tessile di cui si parla, legato alla eco-sostenibilità è un lavorato derivato dal reciclo di bottiglie di plastica. La versione bianca assomiglia molto ad un popeline di cotone, mentre la nera è più lucentee satinata e simile alla seta. La stampa dipinta oro sull’abito-origami ripiegato crea un effetto bicolor nero-oro molto concettuale.dzn_1325_by_ISSEY_MIYAKE15dzn_1325_by_ISSEY_MIYAKE13dzn_1325_by_ISSEY_MIYAKE11

Anche la persistenza di un capo è eco-sostenibile. Dice Miyake stesso a proposito:

These clothes are very light, like air, and are season-less,” Miyake says. “I hope people will keep them a long time, and not replace them every two months.”

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Hussein Chalayan oltre la Moda

Nato nel 1970, a Cipro, l’anglo-turco Hussein Chalayan è uno dei progettisti più innovativi e creativi del nostro tempo, anzi! di tutti i tempi.

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Il suo lavoro, ancora purtroppo non pienamente riconosciuto e compreso, continua a estendere i confini della moda oltre il prevedibile. Nonostante egli si sia affermato come stilista di indiscussa perspicacia anche a livello commerciale con uno stile ricercato e all’avanguardia, le sue opere d’arte e tecnologia, superano le frontiere della moda in sè, sempre ce ne siano di frontiere, in un campo così creativo e immenso!

Non solo, dall’architettura al design, dalla ricerca alle sperimentazione, dalle collaborazioni con antropologi, scienziati, ingegneri, musicisti, artisti, egli sa mettere in discussione “il tutto” con messaggi concettuali di grande profondità intellettuale e sociologica.

Alcune pietre miliari di Hussein:

Hussein Chalayan Table Skirt, la gonna tavolo:

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Hussein Chalayan Parfume Soft Dress:

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La sua esplorazione continua e il suo genio drammatico e raffinato hanno dimostrato una levatura che rimarrà per sempre nella storia, in maniera tangibile, tramite una ricerca artistica e tecnologica che passerà certamente ai posteri.

Hussein Chalayan, Video Dress:

Style: "NY"

Hussein Chalayan nel sorprendente Bubble Dress, l’abito di bolle:buuble

Quello che tanto ci ha colpito è stato il suo esperimento riuscitissimo e spettacolare di morphing di abiti, in sede alla performance tenutasi nel corso dell’evento “One Undred Eleven” del 2007,  che celebra l’anniversario dei 111 anni di attività di successo della casa Swarovski. L’evento è sorto infatti dalla collaborazione di Chalayan con il prestigioso brand.

Insieme hanno dato vita, regalandola al mondo intero, ad una performance che non ha precedenti nella storia del Fashion Design, dell’Arte, della Tecnologia, e via dicendo…

Di cosa parliamo? Di un techno-wearable spettacolare. Abiti che si trasformano da sè.

E’ magia pura. L’abito si muove in autonomia, senza alcun intervento umano: si apre, si accorcia… diventa un’altra veste, perfetta!

E’ il primo vero esperimento riuscito di cinetica del tessuto e del modello.

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E’ stato come un gioco di prestigio, qualcosa di surreale, che ha lasciato tutti senza parole o tra le grida di stupore.

…si alza la gonna, scendono delle spalline ad ala…url-5

…si alza la scollatura, i pannelli dell’abito si alzano, si protendono e poi di nuovo si chiudono come un fiore e scendono decorazioni metalliche rettangolari. Persino il cappello si restringe, cambia completamente la sua forma e cade una visiera.
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Marchingegni meccanici ed elettronici che danno vita all’entità in movimento dell’abito, o meglio dire degli abiti.
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Perchè commentare oltre?

Si veda il video, in particolare dal minuto 2:20: Dress Morphing by Hussein Chalayan. “One Undred Eleven”, 2007

Non ci sono parole per quel che accadde quel fatidico giorno in seno al “One Hundred Eleven” con Hussein Chalayan.

 

 

 

 

 

 

Techno Fashion

L’approccio odierno alle nuove tecnologie tessili è di tipo olistico in quanto coinvolge diverse discipline scientifiche di studio. L’ingegneria, la chimica, l’informatica, la merceologia e le discipline artistiche e filosofiche, nonchè legate all’economia e al commercio, quali la moda, l’arte e il design. Parliamo dei materiali e dei tessuti più all’avanguardia, perle del XXI secolo e non solo, adottati dai più grandi stilisti di moda, soprattutto quelli che amano sperimentare nuove forme di abbigliamento, nuovi effetti e funzionalità.

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I materiali e tessuti tecnologici o tecnici trovano applicazione in svariati ambiti industriali e nella moda acquisiscono una valenza rilevante in merito alla ricerca formale e funzionale. Si pensi agli stilisti più all’avanguardia, ai grandi ricercatori e sperimentatori del fashion, come i grandi  Issey MiyakeRei Kawakubo e Junya Watanabe di Commè De Garçon, Helmut Lang, Yohji Yamamoto, Thierry MuglerJean Paul Gaultier, … , che hanno realizzato le proprie collezioni adoperando tessuti dai materiali innovativi, capaci di creare effetti visivi e qualitativi mai visti e di sperimentare caratteristiche tecniche all’avanguardia.

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Si pensi a Issey Miyake, il creatore di moda che non vuole e non può neppure essere semplicementedefinito stilista e alla sua collezione Matematica Tridimensionale, ai suoi capi in techno crêpes e ai tessuti manipolati tramite computer.

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I tessuti tecnici, chiamati anche  tessuti intelligenti, sono oggetto di studio e ricerca per un nuovo tipo di progettazione: il design interattivo. La tessitura non è più solo un involucro, bensì può diventare sensibile e trasformarsi. La materia può portare in sè funzioni legate alla sensorialità, diventare ricettiva al calore, alla luce o ad un suono, può espletare funzioni curiose, come quella di profumare o di cambiare colore sotto il monitoraggio di un computer e può assolvere compiti anche più ardui, come quello di sentire il battito cardiaco di un essere umano o decretarne lo stato di salute.

Sensazionale l’olandese Iris Van Herpen, ha trasmutato il fashion adoperando mezzi che superano le frontiere della tecnologia classica dell’abbigliamento. Vediamo da questo prototipo di sua opera la messa a frutto della tecnologia tridimensionale di stampa 3D e nuove tecniche di cucitura per realizzare con il supporto di Isaie Bloch e MGX abiti scultura in una veste architettonica.

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Fanno parte della techno moda e dell’arte gli abiti scultura realizzati in fibra ottica e LED ad opera di Taegon Kim, esposti in diverse città del mondo. Si ricordi l’esibizione Fête des Lumières di Lione, in Francia, nel 2012. Sono abiti di luce assolutamente strabilianti.

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Gli abiti si evolvono nelle forme e nelle funzioni. Prepariamoci ad un futuro avvincente nell’ambito delle creazioni techno.

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Wearable Techno-Gadget Tecnologia da indossare

I wearable connectors rappresentano l’ultima evoluzione della tecnologia indossabile. Li abbiamo visti nei thriller d’azione.Orologi a comando vocale, caschi con vetri di visualizzazione, techno-gadget incorporati agli abiti in dotazione a eroine come James Bond o come Tony Stark e le abilità sovrumane di Iron Man oggi non sono più fiction. Oggi sono balzati sul multidimensionale schermo della vita reale come estensione del corpo e della mente umani.

Ci troviamo di fronte all’ennesima grande svolta tecnologica dei nostri tempi. Le wearable connections forniranno la nuova condizione socio-culturale nel campo del lusso.

Si tratta di una colossale trasformazione rispetto alla lettura del personale stile di vita, quindi alla fruibilità stessa della realtà.Stando alle stime elaborate dalla società IHS le previsioni di vendita, per techno-gadget quali orologi, occhiali, smartband, braccialetti, supereranno i 90 milioni a partire da quest’anno, superando i 180 milioni di articoli nel giro di soli 4 anni. Gli analisti di Morgan Stanley prevedono che i techno-gadget supereranno la domanda di smartphone e tablet.

L’epopea dei dispositivi indossabili è alle porte e trasformerà addirittura i pensieri e le esperienze reali in qualcosa di tracciabile, assemblabile, archiviabile e interattivo. 0528_google-glass_650x455

Prodotti che puntano sulla velocità di comunicazione e informazione come i Google Glass, ibrido della tecnologia innescato in un oggetto di uso comune quale l’occhiale e sono indossabili, ergonomici, leggeri. I lifelogging di Sony, per esempio, hanno il minimo ingombro, tatuati addirittura sulla propria pelle, sempre meno touch riducono a pochi secondi i tempi d‘interazione tramite comandi vocali o gestuali, sono praticamente invisibili.

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Google, oltre agli occhiali, ha lanciato Android Wear, un progetto che dona l’incorporazione del cuore del sistema operativo Android a chiunque inventi un techno-oggetto indossabile come un bracciale, un anello, un orologio.

Gli smartwatch sul mercato sono già tanti: orologi LG G Watch R, Samsung Galaxy Gear, Sony Smart Watch e il Pebble Watch, con speaker, microfono, foto e videocamera e altri dispositivi. Essi dispongono di una serie infinita di applicazioni e software. Sembra tutto complicato e veloce, invece paradossalmente, tutto tende ad una semplificazione e facilità di fruizione. Gli orologi Google si attivano semplicemente dicendo “OK Google” per gestire il proprio sistema di operazioni come messaggi e chiamate.

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I Wearables sono essenzialmente connessi in modalità wireless. Sono mini-computer in grado di visualizzare, processare o salvare informazioni. Sono spesso indossati sul corpo, integrati ad abiti e accessori e rappresentano l’ultima evoluzione della tecnologia informatica.

Sono oggetti che ci permettono costantemente di comunicare e interagire creando una identità detta persistente. Tale “identità persistente” consiste nell’estensione della personalità e dell’attività dell’utente. Egli può aggiungere nuovo valore alla routine, un aspetto così intimo e fondamentale della nostra vita.

Come ogni nuova tecnologia prevista per un’ampia adozione sul mercato la ricerca sarà serrata: i produttori di hardware dovranno offrire design, facilità d’uso, indipendenza dai devices più obsoleti, come gli smartphone, mentre i produttori di software dovranno offrire applicazioni innovative e un’interfaccia che funzioni al meglio con le piattaforme esistenti. Anche l’aspetto della privacy e della sicurezza dei dati personali dovrà essere studiata con la massima cura.

Le applicazioni dei wearable vanno da quelle più funzionali e pratiche a quelle ludiche o etiche, fino a quelle mediche(si pensi al Polypower), o addirittura potranno essere utili in sala operatoria. Tra le più curiose ci sono oggetti come l’Hand Tree il wearable intelligente che permette di catturare lo smog e di trasformarlo in aria pulita. Fantastico! hand-tree-by-alexandr-kostin2hand-tree-by-alexandr-kostin1Simpaticissimo e colorato ecco il wearable per bambini, o meglio, per genitori ansiosi! L’ I’m tracer, il bracciale GPS da polso per rintracciare subito bambini particolarmente vivaci e sfuggenti. Il techno-bracciale che permetterà ai bambini di perdersi senza problemi!

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