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La Moda Ergonomica: i Bandage Dress di Hervé Léger

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Quando si parla di vestito da sera in stile bandage, si fa riferimento senza ombra di dubbio al famoso marchio francese Hervé Léger, nato in Europa nel 1985 e adottato poi dal colosso del design statunitense BCBGMaxAzriaGroup.
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Il primo esordio degli abiti bandage, in italiano detti anche vestiti benda, risale alla Collezione Max Azria del 2007.

Questi abiti ergonomici si caratterizzano proprio per il fatto di avvolgere la silhouette femminile come un guanto, tramite le fasce elastiche(o bende) che si prestano alle più svariate interpretazioni e alle fantasiose combinazioni modellistiche.

Realizzate con una tecnologia speciale che permette di trasformare materiali come seta, rayon, nylon e spandex, lucidi e stretch, in fasce elasticizzate, queste strisce si avviluppano addosso al corpo proprio come le bende di una mummia, per fortuna! con un intento diverso.
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L’obiettivo di tanta impeccabile moda ergonomica è quello di esaltare e valorizzare la figura della donna nella sua sensualità e dinamicità. Anche se la parola bandage potrebbe dar adito a varie interpretazioni, in questo caso non si parla di costrizione e immobilismo, bensì di rendere ancora più plastiche le curve del corpo femminile, vivo e vitale e non imbalsamato come quello di una mummia.

Le peculiarità di elasticità e cedevolezza di questi elementi, fanno sì che essi si prestino ai diversi movimenti, fungendo non solo da modellante, ma creando al tempo stesso una sorta di comfort anatomico.

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Nel 2008 ci fu la vera consacrazione di questo stile unico ed allora inimitabile, ideato da Max Azria per l’omonima linea e per la linea Hervé Léger by Max Azria .

In seno alla kermesse delle sfilate del New York Fashion Week, questi stra-ordinari modelli provocarono grande ammirazione ed attenzione da parte dei media e del pubblico stesso.

Il gradimento generale culminò nel conseguimento di un premio di Excellence Award presso i Dallas Fashion Awards.Immagine 17

Una volta stabilitosi questo stile dalla tecnologia unica e inconfondibile, i designers di Max Azria hanno dovuto sostenere negli anni il non facile compito di far sì che l’idea si evolvesse ulteriormente, dovendo anche differenziarsi e poter far fronte alla marea di contraffazioni prodotte di conseguenza. Non a caso oggi i capi originali sono tracciabili con codici di garanzia.

E’ noto come i capi del marchio Max Azria siano state adottate da sempre dalle star, starlette e dalle donne più belle e/o esigenti del jet-set, come Victoria Beckham, Paris Hilton e tantissime altre.

Vediamo di seguito la bellissima e ammaliante Taylor Swift, giunta nel 2013 agli MTV Award in Hervé Léger, nello splendido abito lungo da sera.

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Le ultime collezioni sono attualmente distribuite in tutto il mondo, da Oriente a Occidente.

I capi di queste linee si differenziano per essere sempre all’insegna del perfezionamento, dell’innovazione e mostrano la grande maestria e inventiva nei dettagli, nei modelli, pur costituendo una serie ben identificabile e soprattutto si differenziano per la ricerca tecnologica tessile e manifatturiera, non di facile realizzazione.

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Bellissimi gli abitini ergonomici decorati con intrecci ad Oc, linee e cut-out, ricami e inserti in pizzo, sinuose e raffinate le linee.

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L’ultimo defilè ha visto come protagoniste superbe e sofisticatissime mise da giorno, arricchite dai capi in pelle tagliata a laser e da lavorazioni innovative come gli inserti di pizzo stretch velatissimo.

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Dopo il successo dei precedenti abiti sequined, tutti sfavillanti e luccicanti, altrettanto successo hanno ottenuto i più recenti vestiti da sera corti.

Vediamo di seguito alcune immagini esplicative della campagna pubblicitaria. Assolutamente perfetti e realizzati nel giusto peso, con le loro decorazioni e addirittura con pseudo-drappeggi, sicuramente non di facile progettazione e realizzazione, questi abiti si sviluppano molto bene anche in lunghezza, pur essendo realizzati con le tipiche stringhe sostenute e strutturate.

Immagine 34 Immagine 33 La gamma di original bandage dress Hervé Léger, acquistabile anche online sul sito istituzionale, comprende non solo tubini aderenti, ma anche vestiti a Linea A, abiti con frange, vestiti da cocktail, vestiti midi, abiti a gabbia, vestiti da sera lunghi, abiti stampati e coloratissimi, tailleur, gonne e top, giacche, underwear e bikini.

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Cruelty Free Fashion: la Moda da “sostenere” e “promuovere”

C’era una volta il consumatore disinformato e totalmente inconsapevole o noncurante di ciò che esso poteva supportare con le sue scelte d’acquisto. Sua madre andava in giro con la pelliccia di visone dagli anni ’60, soprattutto nelle occasioni speciali, come la Messa del Santo Natale, mentre sua sorella aveva acquistato il parka, molto trendy e all’ultima moda, senza vagamente immaginare che quel bel profilo di pelo svolazzante del suo cappuccio, tutto puci puci coccoloso, fosse lo stesso strappato a vivo dal manto di un povero cagnolino. Quadrupede spellato vivo prima e gettato, in piena fase di dissanguamento, tra latrati e tragedia, come rifiuto ancora in grado di “ansimare”, sulla montagna di altri innumerevoli cagnolini.

Cagnolini ex frou frou e coccolosi come lui, destinati alla produzione di un dettaglio fashion per cappucci di parka e quant’altro.

L’orrore e l’incubo permeavano con un’ energia fatta di morte, sangue e violenza crudele, capi di abbigliamento distribuiti in grandi numeri a livello globale, in tutto il mondo “sviluppato”. Sempre che l’aggettivo “sviluppato” abbia potuto perdere nel frattempo il suo significato intrinseco.

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Gruppi di animalisti, di ecologisti, di naturalisti, di attivisti, decisero di urlare la loro disapprovazione, di esternare la loro volontà di non aderire ad un uso consumistico, screanzato e crudele di pseudo-risorse viventi che non sembravano riscuotere alcun rispetto, nè pietà, di fronte agli interessi e ai profitti di colossi produttivi.

Da decenni e decenni, si appostavano davanti ai grandi magazzini con stand di fortuna a raccogliere firme, a sensibilizzare, a predicare. Si appostavano sotto il balcone di casa sua con il megafono, organizzavano cortei per le strade. Apparivano in seno ad eventi a favore di uno sviluppo sostenibile, promotori di una nuova consapevolezza universale, che fosse amica del pianeta e delle creature che insieme a noi convivono. Eppure i riscontri erano quelli di chi passa da scocciatore, polemico e fissato.

Essi, come tanti di noi, continuavano a non cogliere pienamente il significato di tante manifestazioni di sdegno davanti allo sfruttamento crudele a scopi di lucro di altri esseri viventi.

Nascevano intanto linee di abbigliamento earth-friendly e cruelty free. Le indossavano solo gli “alternativi”, o perlomeno così venivano etichettati. Quelli fissati con cose “che non ci riguardano”, quelli che “! allora se ti mangi una bistecca non l’hai mica uccisa tu la mucca, ormai…”, quelli che “non si sono accorti che sin dai tempi antichi gli uomini si vestono con pelli di animali morti”…

Quelli che “Si preoccupino degli umani prima che delle bestie!”… beh, una cosa non ne esclude necessariamente un’altra!
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Un giorno, il consumatore disinformato e totalmente inconsapevole della crudeltà e dei danni che esso si apprestava a supportare, perpetuando le sue scelte inconsapevoli d’acquisto, si svegliò e fece fare la passeggiata al suo cagnolino. Sua sorella gli corse incontro col fiato in gola al parco, prima di recarsi al lavoro. Era allarmata! Aveva visto un video virale sulle crudeltà praticate ai cagnolini spellati vivi e gettati sanguinanti nel mucchio di latrati.. Aveva bruciato subito il suo parka blasfemo e crudele. Voleva sensibilizzare tutti gli amici, i conoscenti e i parenti. Non sarebbe mai stato troppo tardi per iniziare a combattere questo scempio. Urgente!
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Decisero allora che il lusso equal pelliccie di volpe, visone ed ermellini, pelle di serpente, di vitello, di coniglio, di mucca, di coccodrillo, di cane!, doveva diventare preistoria trash.

Fu così che si appostarono in galleria, in pieno centro a Milano. Chiamarono il fidanzato della sorella, personaggio tecnico e smanettone, e installarono un impianto video molto piccolo, visibile all’interno di una cabina oscura chiamata Yabaa Dabaa Doo.

Solo i consumatori inconsapevoli, sprovveduti, disinformati e noncuranti potevano accedere con un pass VIP in cabina Yabaa Dabaa Doo.

Ci si poteva accedere solo uno per volta per visionare qualcosa di simpatico che avrebbe cambiato per sempre il corso della propria vita da consumatore, stimolando una nuova consapevolezza.

Ecco cosa si vedeva nella cabina:

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Il congedo consisteva in un rito iniziaticodedicato a tutti coloro che indossassero abiti e accessori cruelty. Consisteva nello spogliarsi del capo cruelty in questione per abbandonarlo poi con un gesto irriverente di lancio nel grande contenitore delle nefandezze. Tutto per ricevere poi in regalo, in segno d’indulgenza, una mazza di legno da uomo delle caverne, firmata Flinstones.

Fu un grande successo!

 

 

 

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